Blog del III Corso di “Comunicazione Politica e Opinione Pubblica”

La “democrazia deliberativa” vista da Francesco Ramella

Giugno 16, 2008 · 1 Commento

“Bisogna interessarsi della cosa pubblica, ma prima di entrare in azione è necessario discutere”. Francesco Ramella, professore di Sociologia economica all’Università di Urbino, cita Pericle per introdurre il concetto di “Democrazia deliberativa”. Il sociologo toscano, editorialista del quotidiano LA STAMPA, partendo dal “civismo antico” traccia un quadro esaustivo di questa particolare, e sempre più auspicata, forma di governo prima attraverso un impianto teoretico per poi presentare i risultati di una survey sui “Patti sociali per lo sviluppo”.  Ma cosa significa democrazia deliberativa? Si tratta di processo di coinvolgimento di ogni singolo cittadino per la risoluzione di problematiche di carattere politico e amministrativo. E’ necessario creare assemblee nelle quali i cittadini vengono informati da esperti circa il problema in gioco. La decisione dunque può essere presa solo quando tutti i partecipanti alle arene trovano un accordo. Ramella, nel corso della discussione cita Alexis de Tocqueville e il suo ” l’intéret bien entendu “, l’interesse ben inteso, richiamato anche da Carlo Trigilia in un recente articolo pubblicato su IL SOLE 24 ORE. Ed è proprio l’individualismo, nella sua forma più esasperata, a rappresentare uno dei principali rischi per la democrazia. A partire dagli anni ‘70 si assiste a una crescita della sfiducia dei cittadini nei confronti della politica. Le cause vanno rintracciate nella disaffezione nei riguardi della elite politica e nella crescente complessità sociale e nel processo di globalizzazione. Ed ecco che si rende sempre più necessario recuperare il momento di deliberazione nelle fasi decisionali da parte dei cittadini dove a prevalere è la logica degli argomenti migliori nell’interesse collettivo proprio attraverso la discussione. (Vincenzo Bianco)

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1 risposta finora ↓

  • sarazani // Luglio 19, 2008 a 11:33 am

    “Nello stesso momento siamo tutti uguali e siamo tutti diversi, ma ognuno di noi è unico”. Citando questa affermazione voglio dire che all’interno di un qualsiasi gruppo ognuno può ricoprire/rappresentare diversi ruoli che possono essere presi in considerazione da differenti angolature o punti di vista. Questo per sostenere come i concetti di diversità e uguaglianza possono essere utilizzati in maniera produttiva in qualsiasi discussione di tipo politico e non, laddove ci sia la volontà di crescere e migliorare attraverso il confronto di idee. (Almeno in teoria). Resta però il fatto che l’elettore tipo risulta fondamentalmente pigro (Donatella Campus) e spesso utilizzi nel prendere le sue decisioni di carattere politico scorciatoie cognitive “approssimativamente razionali”. Per questo motivo alcuni studiosi (Miller 1986 e Johnson 1998) teorizzano che un gruppo di individui è in grado di giungere a decisioni migliori rispetto al singolo in quanto il processo di aggregazione delle preferenze tende ad annullare gli effetti imputabili agli errori di giudizio dei singoli soggetti.

    Dopo queste brevi premesse alcuni interrogativi:
    - (deliberative polls; partecipazione politica; free riders; incentivi) I cosiddetti sondaggi deliberativi presuppongono la partecipazione di circa 500 persone divise in più turni che dopo essere stati adeguatamente informati su un determinato argomento ne discutano fino a trovare una soluzione comune all’unanimità che quindi soddisfi tutti. Olson (1965) e Hirshman (1982) teorizzano in due diversi modi la complessità delle dinamiche di un gruppo in termini di partecipazione politica. Mentre il primo sostiene che individui razionali e ispirati dal proprio interesse non si comporterebbero in modo tale da conseguire il loro interesse comune o di gruppo, a meno che il numero dei componenti del gruppo non sia relativamente piccolo, o a meno che non si ricorra a coercizioni allo scopo di spingere gli individui ad agire nel loro comune interesse. I free riders all’interno di un gruppo sono coloro che calcolano i costi, i rischi, i vantaggi e le alternative della loro partecipazione attiva, scegliendo spesso di godere dei benefici delle decisioni del gruppo senza dover necessariamente partecipare direttamente alle attività del gruppo stesso.
    Hirschman partendo dal presupposto chiave della ricerca della felicità attraverso flussi alternanti di partecipazione politica nella sfera del pubblico e del privato, sostiene che in entrambi i casi il risultato sia la delusione derivata dal fatto che una volta accortosi che l’unico modo per accrescere il vantaggio che l’elettore/cittadino può trarre dall’azione collettiva consiste nel’aumentare il proprio contributo (lo sforzo che deve fare per sostenere la sua causa), si troverà davanti una scelta tra due esperienze che portano a esperienze contrapposte: partecipare troppo poco (e rendersi conto di contare poco rispetto agli sforzi fatti) o partecipare troppo (e sperimentare l’impegno eccessivo), entrambe le soluzioni risulteranno deludenti. Per questo motivo si comincia a parlare di incentivi come soluzione del problema. Incentivi che possono essere di natura materiale, di solidareità o orientati allo scopo. *In che modo il sistema di incentivi può essere utilizzato come strumento per aumentare il coinvolgimento all’interno di un processo deliberativo?

    - (oligarchia; wikidemocracy)
    Riporto alcuni passi del pensiero di R. Michels nel suo libro “L’oligarchia organica costituzionale”. *Sono curioso di sapere cosa ne pensate in riferimento ai processi di democrazia deliberativa. Vi segnalo inoltre il link di un sito interessante (il titolo è esplicativo, la domanda la stessa di prima. http://www.wikidemocracy.org/wiki/start)
    “Chi dice organizzazione dice tendenza all’oligarchia”; l’organizzazione e la seguente degenerazione oligarchica causano veri e propri mutamenti genetici nei partiti socialdemocratici: le masse non possono più interferire con le decisioni, i capi non sono più gli organi esecutivi della volontà della massa ma si emancipano completamente dalla massa stessa. Tanto più grande diventerà il partito, tanto di più si riempiranno le sue casse e la tendenza oligarchica si farà strada con maggior vigore; la base non potrà più controllare in alcun modo i vertici del partito. Il regime democratico non è molto confacente ai bisogni tattici dei partiti politici: il partito politico, così come si deve organizzare per competere con gli altri partiti, è qualcosa di distante dalla comune idea di democrazia. Il principio della democrazia è ideale e legale (perché comunque si va a votare) ma non è reale in quanto, in realtà, la base non può scegliere nulla. Votando non diventiamo compartecipi del potere: “la scienza ha il dovere di strappare questa benda dagli occhi delle masse”. Anche Michels, perciò, ha un approccio scientifico e non ideologico. “La formazione di regimi oligarchici nel seno dei sistemi democratici moderni è organica”. “L’organizzazione è la madre della signoria degli eletti sugli elettori”, un esempio attuale e concreto è quello del “porcellum”.
    Una frase sintetizza con efficacia il pensiero di Michels: “sulla base democratica si innalza, nascondendola, la struttura oligarchica dell’edificio”.

    GS

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