Blog del III Corso di “Comunicazione Politica e Opinione Pubblica”

Un’Italia “spaesata” nella narrazione di Antonio Calabrò

Giugno 16, 2008 · Lascia un Commento

L’Italia è un Paese frantumato. Sfaldati i principali punti di riferimento, rotto il “patto generazionale”, il futuro dei giovani è sempre più incerto. Con la sua piacevole e, a tratti, teatrale favella, Antonio Calabrò, sagace giornalista e attuale Direttore Affari Istituzionali del Gruppo  Pirelli, presenta un affresco della società contemporanea puntando l’indice sulla sua condizione di “spaesamento”.  L’ex direttore di Apcom, fa ricorso alla memoria e alla storiografia citando Leonardo Sinisgalli per spiegare l’interrelazione tra i grandi processi tecnici con quelli umani.  La cultura industriale che si incrociava con la cultura del pensiero. Grandi poeti come Montale e Gadda ma anche grandi aziende come Pirelli, Olivetti e Finmeccanica. Le immagini degli operai e della loro identità che si formava attorno alla linea di montaggio. Il terzo millennio è contrassegnato, oramai, da un problema di definizione identitaria nei confronti di noi stessi. Il personaggio di Esterina tratteggiato da Eugenio Montale, è di grande impatto. Scollamento progressivo tra istituzioni e cittadini. I riferimenti storici sono venuti a mancare. La Chiesa, come struttura articolata nella società, i grandi partiti politici, i sindacati e le forti aggregazioni produttive. Le figure sociali non sono più nette.  E’ questo, secondo Calabrò, uno dei motivi per i quali, spesso, i sondaggi non riescono più a dare informazioni verosimili. L’intervistato risponde in modo ambiguo. Dà informazioni generiche, a volte mente. La speranza per un futuro all’insegna dell’integrazione e della stabilità può arrivare dalle nuove tecnologie. Il web e i suoi derivati (blog, reti sociali) possono costruire una trama di relazioni e opinioni che, nella solitudine del cittadino post-moderno, sono venute a mancare. (Vincenzo Bianco)

 

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La “democrazia deliberativa” vista da Francesco Ramella

Giugno 16, 2008 · 1 Commento

“Bisogna interessarsi della cosa pubblica, ma prima di entrare in azione è necessario discutere”. Francesco Ramella, professore di Sociologia economica all’Università di Urbino, cita Pericle per introdurre il concetto di “Democrazia deliberativa”. Il sociologo toscano, editorialista del quotidiano LA STAMPA, partendo dal “civismo antico” traccia un quadro esaustivo di questa particolare, e sempre più auspicata, forma di governo prima attraverso un impianto teoretico per poi presentare i risultati di una survey sui “Patti sociali per lo sviluppo”.  Ma cosa significa democrazia deliberativa? Si tratta di processo di coinvolgimento di ogni singolo cittadino per la risoluzione di problematiche di carattere politico e amministrativo. E’ necessario creare assemblee nelle quali i cittadini vengono informati da esperti circa il problema in gioco. La decisione dunque può essere presa solo quando tutti i partecipanti alle arene trovano un accordo. Ramella, nel corso della discussione cita Alexis de Tocqueville e il suo ” l’intéret bien entendu “, l’interesse ben inteso, richiamato anche da Carlo Trigilia in un recente articolo pubblicato su IL SOLE 24 ORE. Ed è proprio l’individualismo, nella sua forma più esasperata, a rappresentare uno dei principali rischi per la democrazia. A partire dagli anni ‘70 si assiste a una crescita della sfiducia dei cittadini nei confronti della politica. Le cause vanno rintracciate nella disaffezione nei riguardi della elite politica e nella crescente complessità sociale e nel processo di globalizzazione. Ed ecco che si rende sempre più necessario recuperare il momento di deliberazione nelle fasi decisionali da parte dei cittadini dove a prevalere è la logica degli argomenti migliori nell’interesse collettivo proprio attraverso la discussione. (Vincenzo Bianco)

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Ai lati d’Italia: le “lingue” del Belpaese

Giugno 16, 2008 · Lascia un Commento

Italia, Paese di santi, poeti e navigatori. Italiano, lingua di congiuntivi, perifrastiche e di giochi di parole. Non per cultura linguistica, ma per “senso comune”, non per “alta accademia”, ma per “bassa strada”, non per astratta teoria bensì per esperienza pratica; mi sento di dire che mai lingua fu tanto calzante per il Paese che la parlava e la scriveva. Non ne è forse riprova il fatto stesso che parlando di “Stivale” venga facile usare l’aggettivo “calzante” ? Se poi si aggiunge che quello “Stivale” è la patria di Leonardo da Vinci  e che a quel “calzante ” si può aggiungere un “a pennello”; allora il gioco è fatto, due dubbi fanno una certezza. Ma benché questo scritto non abbia pretese di scientificità, un’argomentazione un po’ più strutturata è d’obbligo.

In pieno accordo con quel carattere “creativo” associato ormai allo spirito italiano, siamo riusciti a “digerire” pietanze pesantissime “rivestendole” con nomi “accomodanti”. Si pensi alla tv spazzatura ad esempio. In essa era racchiuso tutto ciò che socialmente condanniamo: voyeurismo, superficialità, trionfo dell’apparire sull’essere, volgarità, speculazione emotiva. Abbiamo dato a quella tv un nome : “Trash”, l’abbiamo erta a “genere televisivo” e ci è bastato per accettarne l’esistenza, anzi quasi quasi, è bastato a farcela piacere. Ancora, abbiamo accettato che la logica commerciale alienasse a tal punto lo spettatore televisivo, da sancirne il passaggio da soggetto “qualificante” a soggetto “quantificante”. Abbiamo racchiuso tale aberrante logica in un tecnicismo: da “indice di gradimento” ad “indice di ascolto”. Ci è bastato per accettarlo, non abbiamo mosso un dito, neanche un “indice”.

Il problema di questo strano ed amabile Paese, è che il “vestito buono” alle “cose brutte”, lo mettiamo anche sulle “cose serie”. Si pensi alla politica, “cosa pubblica” per eccellenza. Abbiamo, nell’arco di pochi mesi, trasformato un “porcellum” in “princeps” grazie ad un bacio-incantesimo chiamato “semplificazione”. Una legge tacciata di incostituzionalità, una legge portatrice di ingovernabilità, un figlio politico misconosciuto dai suoi stessi genitori; è stato accettato e riscattato per merito di una parola dalla radice tanto nazional-popolare: “semplice”. Una parola tanto bella, da dedicarle un ministero apposito, vestito “gradito” per un ministro “sgradito”. Poco importa che quella stessa legge abbia tolto ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti delegandolo alle potenti segreterie di partito. La legge ha semplificato la vita al cittadino che non deve più sforzarsi per ricordarsi il nome del proprio candidato preferito, per semplificarla al capo di partito che può circondarsi a Montecitorio o a Palazzo Madama del proprio di preferito.

Ma allora, se il “nome-abito” basta a fare il monaco, perché scrivere fiumi di parole e analisi sui temi della “campagna elettorale 2008″ quando basterebbe chiamarla “Campania elettorale”, a sottolinearne l’influenza del tema rifiuti. Perché analizzare il progressivo fenomeno della “estetizzazione” della politica e della stessa campagna elettorale, quando si può sintetizzare il tutto con una più esplicita “Carfagna elettorale”. E ancora, perché perdersi in lunghe ed affliggenti discussioni sull’antidemocraticità delle liste bloccate previste dalla vigente legge elettorale, quando basterebbe dire che in Italia si è passati dal “corpo elettorale” al “corpo elitè-orale”, quello dei pochi scelti dai pochissimi ma fintamente eletti dai molti, dalla maggioranza o quasi.

“Ai lati d’Italia” è un palindromo, un gioco di parole simbolo di un Paese che è tutto percorso, dalle coste alle vette, da un doppio senso linguistico che è anche culturale e valoriale. “Ai lati d’Italia”, simbolo di una meravigliosa nazione che rimane la stessa da qualunque parte la si guardi. Una nazione in cui “il fine giustifica i mezzi”, e “le parole giustificano i contenuti”. (Fabio Fanelli)

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